violenza-sulle-donne-valeria-logrillo

Violenza sulle donne, un articolo di Valeria Logrillo

L’avvocato Valeria Logrillo, esperta di diritto penale, ha pubblicato un intervento su L’Edicola del Sud nel quale si occupa delle diverse letture possibili del fenomeno della violenza sulle donne.

Scarica l’articolo pubblicato in formato .pdf


Essere falsamente accusati: È violenza anche quella?

Abbiamo letto tantissimi articoli che hanno celebrato, lo scorso 25 novembre, con la giusta enfasi, la giornata internazionale per la lotta alla violenza contro le donne e ogni giorno il tema viene associato alle situazioni più disparate: dalla giornalista molestata, alle pazienti dell’ormai troppo noto ginecologo barese.

Nonostante gli sforzi che parte delle forze politiche, associazioni di categoria ed enti pubblici hanno profuso per tutelare le donne, il cammino, seppur tracciato, è ancora lungo e insidioso.

Il problema della violenza sulle donne infatti ha le sue radici in una cultura spiccatamente maschilista. Non ammetterlo prima di affrontare l’argomento sarebbe disonesto. 

I movimenti culturali, le nuove leggi (abbiamo dovuto aspettare la legge 66 del 1963  per l’ammissione delle donne al concorso in Magistratura) hanno portato, nel corso del tempo, sempre più il problema all’attenzione della politica e dell’opinione pubblica.

Tuttavia la cultura maschilista, l’antica concezione di inferiorità della donna, opera tutt’oggi con vigore e non dirlo sarebbe altrettanto disonesto. Le donne lo sanno. Lo sanno, lo vivono e lo subiscono anche quando nessuna violenza fisica o psicologica viene esercitata, lo sanno quando vengono sminuite o zittite, oppure quando affrontano tutti i problemi connessi al mondo del lavoro e alla maternità. 

Alle premesse appena formulate se ne deve aggiungere un’altra: le vittime di violenze e abusi meritano la più ampia tutela, da parte di chiunque, pertanto, anche per non rischiare che vengano confuse con situazioni diverse, è oggi doveroso spiegare l’esistenza di un’altra realtà e di altre vittime: gli uomini falsamente accusati.

L’interesse dell’opinione pubblica, la nascita di numerosi centri antiviolenza, l’impegno di personaggi pubblici che si spendono (in buona fede) sul tema,  l’intervento del legislatore – che si è attivato, non troppo tempo fa, con il così detto ‘codice rosso’ e che ora valuta il superamento della denuncia in caso di maltrattamenti – ha tuttavia contribuito ad avviare un fenomeno di strumentalizzazione delle norme volte a garantire le vittime in assenza di effettive violenze.

Violenza sulle donne ma anche sugli uomini

Nel 2012 una equipe dell’Università di Siena ha effettuato una “indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile” su un campione di uomini tra i 18 e i 70 anni. La metodologia utilizzata dagli autori è la stessa applicata dall’Istat nel 2006 per la raccolta dei dati sulla violenza contro le donne. 

Dalle proiezioni della ricerca è emerso che nel 2011 sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile configurata in minaccia di esercitare violenza, graffi, morsi, capelli strappati, lancio di oggetti, percosse con calci e pugni. Oltre 2 milioni e mezzo sarebbero gli uomini che hanno subito atti persecutori da parte di una donna nel corso della loro vita.

Molto inferiori, a differenza della violenza esercitata sulle donne, sono gli atti che possono mettere a rischio l’incolumità personale e portare al decesso.

Le donne uccidono o sono autrici di gravi lesioni fisiche in percentuale assai ridotta, ma sembrano essere esperte in forme di violenza psicologica ed economica che sono state così riassunte: 

  • insulti e umiliazione;
  • minaccia di chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina, minaccia di portare via i figli, minaccia di ostacolare  o impedire i contatti con i figli; 
  • critiche a causa di un impiego poco remunerato, paragoni irridenti con persone che hanno guadagni migliori; 
  • denigrazioni a causa della vita modesta consentita alla partner; 
  • critiche per difetti fisici; 
  • distruzione, danneggiamento di beni, minaccia di suicidio o di autolesionismo.

I numeri dimostrano che il fenomeno ha raggiunto proporzioni macroscopiche, tanto che sul riconoscimento di questa emergenza convergono operatori di diverse aree coinvolte: Polizia, Magistratura, Avvocatura, Neuropsichiatria, Psicologia, Criminologia. La rete permette di consultare un documento, reperibile a questo link sul sito del Senato, in cui si legge che: “vittime di stupri e/o percosse non possono essere messe sullo stesso piano della persona che si morde le labbra e corre in ospedale a denunciare l’ignaro ed incolpevole ex partner. Magari con l’avallo di servizi sociali conniventi, che hanno costruito un muro di indifferenza sul dramma sociale delle false accuse”. 

Nel documento si afferma in premessa che “Gli studi sulle problematiche della separazione denunciano, da circa 16 anni, un uso strumentale della carta bollata: l’utilizzo della denuncia per violenza di varia natura, pianificata per raggiungere obiettivi diversi da quelli dichiarati. Può essere un’arma di ricatto per ottenere vantaggi economici, uno strumento per allontanare il “nemico” dai figli con accuse costruite ad arte, una rivalsa per il piacere di vedere l’ex in rovina. Quale che sia lo scopo occulto, è ben lontano dall’essere una reale tutela per l’incolumità di chi denuncia. Anche se non esiste una concreta situazione di rischio, è utile costruirla: garantisce risultati certi, da 30 anni, invariabilmente. Gli approfondimenti sulle false accuse in ambito separativo dicono che il soggetto abusante, nella maggior parte dei casi, non esiste affatto.”

Ed ancora le dichiarazioni confluite nel documento sono ancor più lampanti: «I maltrattamenti in famiglia stanno diventando un’arma di ritorsione per i contenziosi civili durante le separazioni…», «…è appurato che le versioni fornite dalle presunte vittime sono gonfiate ad arte. Solo in 2 casi su 10 si tratta di maltrattamenti veri, il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione…». «una tiratina d’orecchi ai centri antiviolenza, che istigano a denunciare senza fare la dovuta azione di filtro, ma poi si disinteressano di come va a finire…». Carmen Pugliese, Sostituto Procuratore c/o Trib. di Bergamo – inaugurazione anno giudiziario 2009, previa autorizzazione del Proc.Gen Addano Galizi, 29/1/2009. 

Ne parlano i magistrati, ne parlano i sostenitori della Pubblica Accusa, con onestà intellettuale e forti delle esperienze vissute e dei fascicoli esaminati con attenzione, animati dalla sola ricerca della verità e non della tutela a ogni costo della donna denunciante. 

Il processo per violenza sulle donne

Il processo penale è un luogo in cui la giustizia deve essere esercitata – non strumentalizzata – nell’interesse del popolo e di tutte le parti coinvolte, eppure spesso non è così, si celebrano processi che durano anni per scoprire – quando si è fortunati – che quell’uomo era innocente, perché ci vuole tempo e risorse per riuscire a portare alla luce il clima ritorsivo in cui erano sorte le accuse, per far emergere le contraddizioni, per analizzare tutti i certificati medici che spesso sono rappresentativi non di quanto obiettivamente refertato, ma solo di quanto riferito. Ma non sempre si riesce a spiegare e dimostrare che – contro ogni cliché – anche le donne, instaurando processi infondati, esercitano un’inaudita e spesso impunita violenza. 

Il 20 novembre Juana Cecilia Hazana Loayza è stata uccisa a coltellate in un parco di Reggio Emilia dal suo ex che aveva in precedenza denunciato. Dobbiamo chiederci, onestamente, quante possibilità in più di salvare la vita di quella – o altre donne – ci sarebbero, se la Magistratura e gli agenti di polizia giudiziaria, non fossero costantemente costretti a occuparsi e portare avanti migliaia di denunce falsamente sporte contro ex mariti ed ex fidanzati?

Avv. Valeria Logrillo

Foto di Engin Akyurt da Pixabay

Tags: No tags
0

Comments are closed.