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Il ruolo del professionista durante la crisi e il rapporto tra Organismo di Vigilanza e società

In questi giorni particolarmente complessi, in cui moltissimi perdono il lavoro e molti altri si ingegnano per trovare una soluzione che lo impedisca, il mondo, con tutte le sue regole, al netto di quelle espressamente sospese, va avanti.

Va avanti per tutti, va avanti perché continuano a presentarsi gli infortuni di lavoro che si verificavano anche prima, va avanti perché le tutele nei confronti dei lavoratori in questo momento devono essere rafforzate e non compresse.
Quindi, non solo occorre fronteggiare la crisi economica ma, in alcuni casi, assicurare una parte di produzione perché ritenuta necessaria ed essenziale dal Governo.

Mentre le difficoltà aumentano, mentre si impone una riorganizzazione e uno sforzo che coinvolge tutti, dagli operai, a chi effettua le pulizie e le sanificazioni, agli amministratori delegati, molti dei quali in prima linea e non comodamente accomodati sul divano, giunge la comunicazione dell’Organismo di Vigilanza che ha necessità di valutare se le misure di prevenzione per il rischio di contagio da Covid-19 siano state efficacemente attuate dal Datore di Lavoro.

«Quando è troppo è troppo!», può lecitamente sbottare l’imprenditore. Non è difficile immedesimarsi e pensare che non sia il caso di infastidirlo anche con queste incombenze.

Questa soluzione potrebbe apparire logica mentre invece è semplicistica e dannosa, in primo luogo per l’impresa stessa.

Cosa accadrebbe infatti se le misure di prevenzione non venissero attuate o lo fossero in modo incompleto e un dipendente si ammalasse o peggio morisse a causa dell’ormai noto virus?

Purtroppo, se la malattia o la morte dovessero verificarsi a seguito di violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni – e malattie – sul lavoro e se dovesse ritenersi che tanto sia avvenuto “nell’interesse o a vantaggio dell’ente”, per risparmiare in ordine ai costi derivanti dall’acquisto dei Dispositivi di Protezione Individuale ovvero per consentire il mantenimento dei livelli produttivi, si incorrerebbe non solo nella violazione degli articoli 589 e 590 c.p. ma anche del 25 septies del d.lgs. 231/01 per “Omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro”.

Per queste ragioni andrebbe accolta di buon grado la comunicazione dell’Organismo di Vigilanza, così come il materiale illustrativo che eccellenti studi legali hanno pubblicato e messo a disposizione di tutti (ci si riferisce al materiale pubblicato dallo Studio LCG e generosamente condiviso sui social).

Per le stesse ragioni bisogna cogliere positivamente gli spunti di chi ricopre questo ruolo da molti anni.

Penso a quanto afferma una esperta di livello nazionale nel diritto ambientale, socio fondatore e componente del Consiglio Direttivo di AODV, che affida a LinkedIn una intelligente riflessione:

«in questi giorni si capisce in quali contesti il Modello 231 sia uno strumento effettivo e in quali invece un sistema formale o comunque ‘burocratico’, cui sono dedicate risorse in surplus che, in emergenza, si tagliano de facto. È sintomatico il rapporto con l’Organismo di Vigilanza».

Avv. Mara Chilosi, fondatrice dello studio legale Chilosi Martelli, Milano su Linkedin

La casistica come sempre è variegata: «Alcune aziende lo dimenticano e, se sollecitate ad un confronto, danno segni di irritazione, altre ne richiedono spontaneamente e fortemente la presenza, senza peraltro stravolgere – questa è la mia esperienza – la “dogmatica” delle relazioni”».

E la riflessione finale è quella che deve smuovere ciascuno, perché come suggerisce saggiamente e provocatoriamente la Collega: «Chi di noi fa parte di OdV deve mettersi davanti allo specchio e decidere come esercitare il proprio ruolo».

Proseguire nel lavoro di ogni giorno, anche se chiusi in casa, contattare le imprese, proporre interviste a distanza durante le riunioni dell’OdV, invitando il datore di lavoro o all’RSPP ovvero altre figure appartenenti al cosiddetto organigramma in materia di salute e sicurezza, può essere utile e prevenire situazioni in astratto dannose per il Datore di lavoro e per altre funzioni aziendali.

In questi momenti, così come in tutte le crisi, è determinante l’approccio e la comprensione nei confronti del prossimo, occorre mantenere lucidità, restare ancorati al proprio ruolo ma saper tendere la mano ed agire in modo efficiente e pragmatico.

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Perché la legittima difesa non è (era) un’emergenza

di Valeria Logrillo

Articolo pubblicato su LinkedIn, 1 maggio 2019

Il 12 luglio dello scorso anno il Ministro della Giustizia affermava che non si tratta di una questione di “sicurezza” ma di “giustizia” e che “il cittadino deve almeno sentire di non essere abbandonato nel momento in cui deve dimostrare la propria innocenza nell’aula giudiziaria”. Leggendo quelle parole decisi di scrivere quello che la lettura di molti articoli fino a quel momento aveva suscitato in me. Queste parole sono rimaste nel mio pc per molto tempo e forse non sono più così attuali ma, anche alla luce delle ultime notizie, sento di condividerle:

Siamo sicuri che il cittadino in assenza di un intervento normativo sia abbandonato? Siamo certi che ad oggi non esista giustizia?

Da tempo le notizie di stampa riportano sotto i riflettori il delicatissimo tema della legittima difesa in alcuni casi giustamente tirata in causa, in altri invocata senza una precisa ragione; di seguito alcuni esempi di notizie, molto diverse tra loro, che riguardano l’uccisione o il ferimento di un ‘ladro’: la notizia dell’archiviazione per Francesco Sicignano e quella del patteggiamento a due anni e otto mesi per il tentato omicidio commesso da Giuseppe Chiarini.

Il pubblico si scatena e puntualmente vengono scritte con convinzione numerose inesattezze.

Personalmente provo sempre un certo dispiacere quando il nostro diritto viene insultato e denigrato, perché noi invece – almeno sotto questo aspetto – dovremmo andare fieri e pensare che dei principi del nostro ordinamento, compreso quello che regola la legittima difesa, dovremmo essere orgogliosi.

Forse per realizzare una simile pretesa sarebbe necessario conoscere più a fondo il nostro sistema e smetterla di confondere le norme con le lungaggini processuali o con i titoli dei notiziari e fare di tutta l’erba un fascio.

Forse questo è uno dei pochi ambiti in cui sarebbe giusto sviluppare un po’ di sano patriottismo.

Ma veniamo ai casi concreti.

In un caso: il sig. Francesco Sicignano nell’ottobre del 2015 spara ed uccide un uomo che era entrato nella sua abitazione. Si aprirono le indagini e l’uomo viene iscritto nel registro delle notizie di reato.

Iniziamo chiarendo, ai non addetti ai lavori, che questa notizia non può creare sgomento. In presenza di un fatto che ha gli estremi del reato è dovere iscrivere la notizia, aprire un procedimento e svolgere delle indagini. Questo rende, il nostro, uno Stato di diritto.

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Sulle donne giustizia bipolare

di Valeria Logrillo 

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26/11/2015.

Nelle aule di tribunali c’è scritto che la legge è uguale per tutti

Sono quattro anni che frequento le aule dei palazzi di giustizia, mi piace fermarmi ad ascoltare gli altri processi prima che sia trattato il mio e così, giorno dopo giorno, mi sono fatta un’idea. Ciò che appare è che esistano due tipi di processo: quello per rapina, omicidio, droga, truffa e quello per violenza sessuale.

In quest’ultima categoria il diritto applicato è diverso. Le presunzioni giuridiche sono invertite. Il processo è violento, malato, distorto. 

Assistendo a questi processi mi sono domandata: È davvero questo il modo giusto per tutelare una vittima? Siamo certi che comprimendo le garanzie aiutiamo le parti più deboli?

Ho visto tante volte illustri magistrati in difficoltà perché la violenza sessuale era stata denunciata in fase di separazione e, una volta giunti a processo, imputato e persona offesa, riappacificati, nuovamente conviventi, giungono insieme in Tribunale e la persona offesa insiste per “togliere la querela” perché il marito “adesso è cambiato”.

I giudici sono costretti a spiegare che non si può rimettere la querela, né si può bloccare quel processo che, a dirla tutta, costa tantissimo denaro alla collettività.

Eppure gli imputati di violenza sessuale non saranno mai assolti, la comunità non li assolverà mai, sono condannati prima di iniziare, scontano il prezzo del pregiudizio.

Affideremmo mai nostro figlio a una persona che è stata imputata per violenza sessuale, pur se assolta con formula piena? 

È davvero giusto? Siamo consapevoli di quante false denunce vengono proposte?

Quanti usano la denuncia come strumento per coprire i propri gesti e la propria vergogna?

La difficoltà è di tutti, di chi dovrà giudicare, degli avvocati («ma come fa a difendere uno così?! L’assassino sì ma il violentatore proprio no, che schifo!») dei magistrati che devono sostenere l’accusa, della polizia giudiziaria che troppo spesso si limita ad ascoltare le persone offese senza svolgere ulteriore attività.

Se le indagini fossero approfondite, se venissero disposte intercettazioni, probabilmente si potrebbero distinguere già a monte le denunce meritevoli di instauarazione del processo e di massima celerità per tutelare quelle vittime che troppo spesso devono scontare l’ulteriore tragedia di non essere credute, perché anche loro inserite in un sistema malato, subendo così una seconda imperdonabile violenza.

Avvocati e magistrati non lavorano per lo stesso fine?

di Valeria Logrillo

Pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno – Bari
data 18 settembre 2014

Sono una giovane avvocata penalista che esercita la professione nelle aule descritte dal Presidente della giunta ANM di Bari nella lettera al premier Renzi pubblicata dal Corriere domenica 14 settembre.

Rimango stordita dall’assenza, nella lettera del magistrato, di un qualsiasi riferimento agli avvocati.

Come se il problema dell’edilizia giudiziaria non riguardasse tutti coloro che operano  tra quelle mura, come se non fossimo tutti dalla stessa parte per garantire un servizio e consentire ai «cittadini di ottenere giustizia», come leggo nella lettera.

Mi sono avvicinata a questa professione pensando che avvocati e magistrati, ciascuno con il proprio ruolo, operano per lo stesso fine.

Ma quando gli avvocati arrivano in tribunale sono bloccati all’ingresso perché, per noi, non c’è parcheggio, mentre su una corsia preferenziale passano magistrati, personale amministrativo e polizia giudiziaria. Non comprendo ancora quale sia la differenza.

E ancora, entriamo nelle aule (piccole se non piccolissime) in cui saranno trattati 30, 40 processi e sono davvero pochi i magistrati che, con gentilezza e comprensione, crean un calendario per consentire a testimoni, imputati e avvocati di non trascorrere ore e ore in attesa della causa (ovviamente in piedi).

Poi ci sono le cancellerie, dove le copie degli atti quasi sempre le facciamo noi, mettendoci pazientemente in fila dietro una delle rare fotocopiatrici funzionanti.

turno anche questo rispettato solo tra noi avvocati, perché chiunque opera nel tribunale passa davanti per fare le proprie anche se noi paghiamo il triplo per l’urgenza (pur avendo provveduto senza scomodare nessuno).

Quando mi reco al San Paolo, presso gli uffici del Giudice di Pace (al quale nell’articolo non si fa riferimento), arrivo in udienza alle 9, con imputati e testimoni, come mi è stato insegnato e come recitano gli avvisi. Eppure molti giudici entrano in aula alle 10, rifiutandosi anche di accogliere le richieste di anticipazione o fissazione di un orario da parte dei colleghi che quella mattina devono dividersi tra più sedi, distanti l’una dall’altra.

Non posso accettare che quando si descrivono i problemi della giustizia i nostri problemi non vengano neanche sfiorati, come se la giustizia possa fare a meno degli avvocati.

Sarà l’illusione dell’età, o i valori che mi sono stati inculcati, ma credo che le visioni parziali, da qualunque parte provengano, non portano nulla di buono.